Ustica 2007
Cronaca di una immersione bella e spensierata che poteva trasformarsi in tragedia
Si preannunciava come una immersione bella e piacevole, come lo erano state tutte, qui a Ustica. Un vero paradiso per la subacquea ricreativa, bellissimi scenari, pesce di ogni tipo in gran quantità. Ustica è sempre stata un esempio di come l’istituzione di una riserva marina fortemente regolamentata possa in pochi anni trasformare un pezzetto di mediterraneo in un angolo di paradiso, sviluppando il turismo e dando lavoro a molte persone.
Il punto di immersione scelto era il “Secchitiello”, uno splendido cappello che si eleva dal fondo sabbioso a circa un miglio dalla costa. Un pò’ di corrente e di onda rendevano difficoltoso l’ancoraggio del gozzo e del gommone, che venivano anche legati assieme. Molta gente in questa uscita, almeno 15 persone divise sulle due imbarcazioni, il che rende sempre più complicato vestirsi e muoversi in barca. Sento Mauro dal gozzo che invita a calare un secondo bombolino di emergenza anche sotto il gommone, una informazione che risulterà molto preziosa più tardi!
Siamo uno dei primi gruppi a scendere, 4 più Antonio la guida, oltre a me e Clara, un signore di mezza età, anche lui di nome Paolo, ed una signora (Elena?) anche lei abbastanza matura. Già in barca si manifestano alcuni segnali che la giornata sarebbe andata storta, Elena non trova la sua frusta di emergenza e dopo un po’ di ricerche decide di fare senza.
Scendiamo in acqua ed io e Clara ci posizioniamo alla cima di prua come previsto in attesa di riunirci per scendere. Passano i minuti e gli altri non si vedono, sballottati dalle onde e un po’ infastiditi. Finalmente dopo parecchia attesa spuntano gli altri. Antonio ci dice che Elena ha avuto un problema con la maschera.
Scendiamo lungo la cima di prua, discesa molto rapida direttamente sul cappello della secca a 26mt che raggiungiamo in meno di 2 minuti. Io sto in fondo come al solito, per tenere sotto controllo Clara che ha sempre problemi a scendere, ma appena arrivati sul fondale vedo davanti Elena a la guida Antonio che rovistano fra le alghe del fondo come alla ricerca di qualcosa. Sott’acqua è molto difficile capirsi, e penso che abbiano perso qualcosa durante la discesa. Dopo qualche istante tutti fanno cenno di Ok e si parte per il giro.
Sapremo poi, che Elena arrivata sul fondo si era resa conto di non avere la cintura dei pesi, in un primo tempo pensava di averla persa ma sicuramente non l’aveva indossata prima di buttarsi. Antonio si è tolto un Kg dalla cintura e glielo aveva messo nel GAV, ed Elena aveva dato Ok comunicando che così andava bene (o questo è quello che ha capito Antonio).
Nei primi venti minuti scendiamo fino a 40mt, con un passaggio a 45mt per vedere una gorgonia enorme che viene su dal fondo isolata, poi iniziamo lentamente la risalita continuando il periplo della secca. Sui 35 metri, comincio a vedere dei movimenti strani, Elena si attacca ad un braccio di Antonio, e dapprima penso sia in carenza di aria, ma poi vedo che si aggancia sulla bombola dietro a lui facendosi quasi trasportare, e la cosa mi sembra molto strana. Passano i minuti, io non faccio caso più di tanto alla situazione fino a quando sui 25mt vedo che anche l’altro Paolo si è unito ai due ed ora si tengono tutti e tre per le braccia in modo molto strano. Non sapendo che Elena non aveva pesi non capisco subito cosa sta succedendo, Antonio aveva lo sguardo sbarrato, quasi terrorizzato, con un braccio teso verso l’alto sorreggeva oppure si faceva sorreggere da Elena. Mi avvicino allora a Antonio e gli chiedo se lui è Ok e cosa succede, e in risposta mi fa cenno di unirmi a lui per tenere giù Elena. Capisco solo in quel momento che Elena sta pallonando verso la superificie e mi aggrappo anch’io al terzetto nel tentativo di riportare tutti giù, ma la situazione degenera rapidamente ed in meno di due minuti stiamo risalendo tutti e quattro a velocità folle trascinati da Elena che è incontrollabile e che non sembra far niente per contrastare la salita. Solo Clara è rimasta più in basso, e si ferma sui 18 metri mentre noi continuiamo a pallonare.
A pochi metri dalla superficie sento un forte crampo al polpaccio sinistro, ed è un segnale provvidenziale che mi fa svegliare da quel sogno ad occhi aperti e riflettere su cosa stavo facendo. A meno di due metri dalla superficie lascio il gruppo che emerge e mi ributto giù con un colpo di reni, tornando da Clara sui 18 metri in pochi secondi, sono terrorizzato.
Qui è iniziato il panico, non sapevamo dove eravamo né in quale direzione era la barca, io avevo ancora circa 80bar, ma immaginavo che Clara ne avesse più di me per esperienza. La cosa angosciante era che il computer mi dava 11 minuti di decompressione a 3 metri, ma senza cima di appoggio e bombolino di scorta sarebbe stato quasi impossibile.
Ci raggiunge anche l’altro Paolo che è tornato giù, ci guardiamo per qualche istante tutti e tre impotenti, quando dopo lunghi secondi di angoscia Paolo indica un punto verso il blu, dove per miracolo si intravede appena una cima d’ancora che io non avevo proprio visto. Ci fiondiamo verso la cima e la risaliamo fino a 7 metri fino a raggiungere i due bombolini di emergenza appesi sotto le barche. Io e Paolo ci agganciamo a quello di poppa del gommone, mentre Clara abbraccia quello di prua del gozzo. Vedo che scende di nuovo anche Antonio e un’altra delle guide portando giù un’altra bombola di scorta. La corrente è abbastanza forte e si fatica a tenere la quota, anche perché la bombola è a sette metri e dovremmo risalire ancora un po’ per fare la deco alla quota giusta. Tirando su la bombola aggrappato alla cima risalgo fino a 5 metri, ma il computer diminuisce il tempo di deco molto lentamente, e dopo 10 minuti segna ancora 5 minuti rimanenti. Dopo 15 minuti la mia deco è trascorsa e mi sposto verso Clara per vedere come sta e quanto le manca. Il suo computer Cressi è molto più conservativo del mio Aladin, e nonostante lei non sia pallonata con me ha ancora qualche minuto di attesa, per cui decido di rimanere con lei, entrambi siamo visibilmente agitati.
Finalmente, dopo 58 minuti di immersione, di cui 25 di decompressione e attese varie, emergiamo.
Sembra che stiano tutti bene, Elena è sul gozzo e sembra allegra, ma Mauro dice che partono subito verso il porto e chiede se anche noi vogliamo andare con loro. Paolo decide di andare, ha un dolore persistente alla gamba, mentre il mio è scomparso subito appena tornato giù, per cui io e Clara preferiamo rimanere sul gommone. Antonio non parla per alcuni minuti, è visibilmente sconvolto, e quando riesce a parlare dice solo “Abbiamo corso un rischio pazzesco”.
Sapremo poi che Elena è stata messa in camera iperbarica a Ustica per precauzione, ed a Paolo è stato somministrato ossigeno puro per una mezz’ora. Forse anche noi avremmo fatto meglio ad andare in ospedale, ma in apparenza stiamo benone.
Una volta calmato, Antonio ci spiega i dettagli e capiamo che Elena era scesa senza pesi, lui gli aveva dato un chilo dei suoi e lei aveva fatto cenno che andava bene. Ma quando la bombola semivuota era diventata positiva prima aveva cercato di tenerla aggrappata a se, ma poi non era più riuscito a tenerla giù.
Nelle ore e nei giorni successivi io e Clara, oltre a preoccuparci inutilmente per ogni minimo malessere, abbiamo avuto modo di riflettere sull’accaduto e fare buoni propositi per evitare per quanto possibile che una situazione del genere possa ripetersi.
Le considerazioni sull’accaduto sono ovvie:
Primo: la vestizione di Elena era stata turbata da un problema, il secondo erogatore, e questo aveva interrotto la normale catena di controlli che ognuno di noi esegue quando deve immergersi. Questo, con la fretta data dagli altri già in acqua ad attenderla, hanno portato alla dimenticanza dei pesi. Il mancato controllo reciproco dell’attrezzatura fra compagni (Elena era in coppia con Paolo che era già in acqua) e la mancata supervisione della guida ha permesso che l’errore non venisse scoperto in tempo.
Secondo: la scoperta del problema ormai a 26 metri sul fondo: Antonio aveva l’ardua scelta se interrompere l’immersione iniziando una risalita di tutto il gruppo, oppure far risalire solo Elena da sola, oppure continuare. Sicuramente poteva immaginare che un solo Kg di zavorra non sarebbe stato sufficiente, ma forse ha valutato che Elena fosse abbastanza esperta da riuscire a mantenere l’assetto anche senza zavorra, cosa di cui non credo neanche io sarei capace.
Le sue parole “questa è la logica del diving, non puoi interrompere una immersione appena iniziata”, mi hanno fatto riflettere su quanto il business venga prima della sicurezza in molte realtà.
Terzo: decidere di fare comunque una immersione normale, con il giro programmato, senza prevedere di trovarsi più vicini alla barca quando l’eventuale problema di positività senza zavorra si sarebbe manifestato. Non so immaginare cosa sarebbe accaduto se Paolo non avesse avvistato la cima dell’ancora quasi invisibile nel blu.
Quarto: la solidarietà: sott’acqua è importante aiutarsi, ma per cercare di tenere Elena abbiamo rischiato in tre e la prossima volta sono sicuro che non attenderò di essere in superficie per decidere di lasciare gli altri al loro destino. Mantenere la lucidità e la capacità di giudizio critico sulle situazioni è fondamentale.
Quinto: non immergersi se non c’è un bombolino di sicurezza calato sotto la barca, di solito non si nota neanche che è stato calato, ma quando serve ci deve essere!
Sesto: avere una camera iperbarica raggiungibile in poco tempo. Ripensando alle immersioni in Madagascar, dove non c’è una camera iperbarica e la più vicina è a Reunion ad oltre un ora di volo, mi fa rabbrividire. Sicuramente d’ora in avanti userò maggiore precauzione immergendomi sapendo che non c’è una camera iperbarica vicino.
Queste sono naturalmente considerazioni con il senno di poi , ma spero che questa esperienza possa essere di aiuto ad altri come è stata formativa per me.
Quella di Ustica rimane comunque una bellissima esperienza subacquea, un posto meraviglioso che consiglio a tutti i sub.